Inventiamo una vita leggera

Antonio Alia recensisce il film “Comunismo futuro”

Comunismo futuro non è soltanto un film su Bifo, è soprattutto una genealogia del presente. Ritorna, senza nostalgia, sul ’77 per mostrarci la possibilità inattualizzata di un comunismo futuro che in quel determinato frangente storico occupò con la forza del movimento il palco della Storia. Sappiamo come è andata a finire. La repressione prima, che in Italia continua ad inquinare il dibattito su quel decennio di lotte e a perseguitare ancora i suoi protagonisti, e la contro-rivoluzione neoliberale dopo hanno soffocato, neutralizzato, assorbito e ribaltato quella spinta rivoluzionaria. Per dirla con Paolo Virno la contro-rivoluzione neoliberale ha saputo utilizzare le istanze, i modi di essere, le parole d’ordine che hanno nutrito il movimento antagonista per produrre un’innovazione di sistema. Il rifiuto del lavoro salariato si è così trasformato in precarietà: in mezzo c’è stato un ribaltamento dei rapporti di forza a favore dello Stato e del Capitale. Ma prima ancora di scontrarsi con la repressione dello Stato e con la cattura neoliberale il movimento del ’77 – è questa una delle tesi del film – ha dovuto fare i conti con i propri limiti soggettivi che hanno contribuito all’impasse politica. Uno su tutti l’incapacità di adeguare le proprie forme organizzative alla trasformazione della composizione di classe.

Oggi – a quarant’anni di distanza – dobbiamo fare i conti con i problemi (precarietà e autonomia della nuova forza-lavoro, automazione tecnologica, forme organizzative: per citarne alcuni) che quella determinata congiuntura storica ci ha consegnato producendo l’epoca presente. La pellicola, diretta da Andrea Gropplero di Troppenburg, ci suggerisce però che poteva andare diversamente, prova a liberare il passato dal futuro che è stato, torna al ’77 per mostrarci nel controluce del presente il comunismo del futuro. Ha perciò il merito di porre all’attenzione il tema del comunismo senza l’imbarazzo che l’uso di questa categoria suscita anche nel dibattito di “movimento”. È in grado di farlo perché grazie allo sguardo genealogico sottrae il comunismo all’ortodossia comunista, lo libera dell’immagine angusta che generalmente richiama per restituirgli la forza giovane del possibile.

Il futuro incompiuto narrato da un Bifo futurista non assume però mai le fattezze dell’utopia, perché è sempre agganciato alla materialità dei rapporti di produzione. È una narrazione che non può fare a meno di vedere le ambivalenze della tendenza, perché ambivalente è lo stesso rapporto di produzione capitalistico. Bifo ce lo ricorda molto chiaramente: grazie allo sviluppo macchinico e dell’intelligenza collettiva “potrebbe cominciare finalmente la vita libera dell’umanità. E invece no, perché dobbiamo lavorare per guadagnarci un salario. E allora quella straordinaria potenza che ci libera diventa una minaccia spaventosa contro la vita di larga parte dell’umanità”.
 Quello di Bifo non è sicuramente un ingenuo determinismo tecnologico, per lui le condizioni per una rottura con le diverse forme di sfruttamento capitalistico sono contemporaneamente condizioni per uno sfruttamento brutale e innovativo. Non saranno quindi la rete o la robotizzazione a salvarci perché il rapporto di capitale viene prima e anzi, forse in maniera più problematica di quanto possa ammettere lo stesso Bifo, disegna i fini (capitalistici) dello sviluppo macchinico e del sapere vivo. Già Romano Alquati ci allertava sul fatto che i mezzi “malgrado la loro ambivalenza soprattutto iniziale vengono selezionati e sviluppati sempre più nella loro funzionalità al capitalismo; crescendo di solito tendono ad avere una faccia padronale e ostile alla capacità umana di cui si nutrono; e spesso anche una faccia di controllo e di comando degli umani”. L’ambivalenza e l’uso autonomo (contro-uso) dei mezzi capitalistici vanno dunque di volta in volta indagati e sviluppati con “iniziativa soggettiva” per dirla di nuovo con Alquati. Quest’ultima ci sembra un’ipotesi di lavoro politico più adeguata dell’idea di una pressoché compiuta autonomia del general intellect, spesso acriticamente assunta nel dibattito teorico. Certamente il mancato approfondimento di questo nodo non può essere addebitato ad un film di questo genere che ha invece il merito politico di aver messo al centro il tema della liberazione dal lavoro salariato.

Sono proprio le immagini di repertorio sapientemente montate ad aiutarci ad afferrare la storia lunga di questa liberazione, a suggerirci l’idea che non c’è comunismo possibile senza scontro di classe. Senza l’antagonismo che, come ancora le immagini ci ricordano, assume di volta in volta forme storicamente determinate. Bifo meritoriamente ci invita pertanto – non lo fa da oggi a dire il vero – a vedere i limiti della riproposizione di forme organizzative e di lotta del passato: nel film rimprovera per esempio a Mario Savio l’errore di aver pensato il sabotaggio in forme ancora legate ad una macchina capitalistica industriale in un’epoca che invece era radicalmente mutata. Tuttavia corre il rischio di liquidare insieme alla ripetizione destoricizzata delle risposte, le domande di metodo. A titolo di esempio: se è corretto sbarazzarsi della centralità operaia, è un errore eludere il problema della ricomposizione di classe; se è giusto liberarsi della riproposizione fuori tempo massimo dei soviet e del partito, è sbagliato aggirare il problema del rapporto tra spontaneità e organizzazione; se è necessario rinunciare alla fabbrica come spazio esclusivo della lotta, occorre ugualmente individuare i luoghi del conflitto. È compito della militanza comunista stare dentro il solco scavato dalle lotte rivoluzionarie del passato e contemporaneamente rompere con esse; trovare risposte nuove, cioè adeguate alla congiuntura storica, a vecchi quesiti. Seguendo le continuità e le rotture della militanza rivoluzionaria il film è anche un omaggio alla “nostra” storia: non è un caso infatti che sia uscito in occasione del centenario della rivoluzione sovietica e del quarantennale del 1977. Nella loro radicale differenza questi due eventi ci consegnano una lezione che il film però sottovaluta. Bifo in poche battute liquida Lenin il cui errore, da cui deriverebbe il fallimento dell’esperimento sovietico, sarebbe stato quello di avere voluto piegare la Storia alla forza della volontà rivoluzionaria. Di avere imposto con la volontà ciò che nella Storia non era ancora maturo. Pur ritenendo problematica l’affermazione di un fallimento dell’iniziativa leniniana, potremmo tuttavia confutare questa posizione con una battuta altrettanto grossolana: come ci mostra il ’77 la maturità di condizioni storiche non rappresenta ugualmente una condizione sufficiente. Non si tratta evidentemente di giocare il ’17 contro il ’77. Ci sembra più corretto affermare l’idea che per osare una rottura rivoluzionaria servono – per stare a questa approssimativa schematizzazione – il ’17 insieme al ’77, la volontà insieme alle condizioni storiche. Occorre cioè una volontà militante che sappia cogliere le occasioni che di volta in volta offre una specifica congiuntura storica: una volontà materialista. D’altronde lo sviluppo capitalistico non è teleologico: non si muove in direzione di una maggiore potenza del lavoro vivo, né verso il dominio irreversibile del Capitale. È piuttosto percorso da una tendenza dello sviluppo che disegna sempre nuove linee di conflitto. La tendenza può essere interrotta, spezzata, rovesciata. È compito della militanza comunista anticipare le potenziali linee di contrapposizione che attraversano la composizione di classe, scommettere su quelle per organizzare la propria parte.

Come si accennava all’inizio, il lungometraggio di Bifo non provoca nostalgia. Tuttavia non si può fare a meno di notare la distanza che ci separa dal ’77 quando le immagini sollevano il tema del rifiuto del lavoro, che in questo film è ovviamente centrale. È una distanza che va colmata. Oggi uno dei compiti militanti è quello di scoprire la forma storicamente determinata e politicamente efficace che questo rifiuto può assumere. Se vogliamo uscire dalla falsa alternativa che ci è imposta dal nemico, quella che per Bifo è tra globalismo liberista e destra populista, dobbiamo tornare a leggere i comportamenti della composizione di classe pur nella loro ambivalenza. Per strapparci da noi stessi, dalle nostre abitudini, dai nostri modi di pensare e di agire, dai luoghi del nostro auto-compiacimento. Dobbiamo dismettere senza esitazione il lessico remissivo e moralista della sinistra che è il frutto velenoso della crisi. Per inventare una vita leggera, finalmente libera dal lavoro, non ci servono diritti, democrazia e bisogni essenziali, non ci serve difendere le vittime e i valori. Dobbiamo organizzare una forza!

Articolo tratto da http://commonware.org/

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